Il giorno dell’ingresso arriva quasi sempre dopo mesi di rinvii. Si è provato con la badante, con i turni tra fratelli, con il «vediamo come va». Poi una caduta, una notte in cui nessuno ha dormito, un medico che dice quello che tutti pensavano. E si arriva davanti alla porta con una valigia e un groppo in gola.
Quello che succede da lì in poi è meno drammatico di come lo si immagina. Ma va conosciuto prima, perché i primi giorni si affrontano meglio sapendo cosa aspettarsi.
Prima dell’ingresso: la visita conta più del contratto
Tutto comincia con una visita. Non un giro veloce delle camere, ma un’ora seduti nel salotto, all’orario in cui la casa è viva: si vede chi ci abita, come parlano gli operatori, se qualcuno ride. Consigliamo di venire con l’anziano, quando è possibile. Se conosce il posto prima, il giorno dell’ingresso non arriva in un luogo estraneo, arriva in un posto dove è già stato.
Durante il colloquio noi facciamo molte domande, e non solo sulla salute: a che ora si alza, cosa mangia volentieri, cosa non sopporta, se preferisce la televisione o il silenzio, come vuole essere chiamato. Sono le cose che gli operatori devono sapere il primo giorno, non il decimo.
Per chi non se la sente di decidere subito, esiste una strada di mezzo: un soggiorno breve. Serve a capire, da entrambe le parti, se ci si trova bene. Molti ingressi definitivi nascono così.
Il giorno dell’ingresso
Fissiamo insieme un giorno e un orario, di solito la mattina, quando gli operatori hanno tempo. La camera è pronta prima che l’anziano arrivi, con il letto fatto e lo spazio per le sue cose.
Le sue cose, appunto: portatele. Le foto sul comodino, la coperta di casa, la radio, la poltrona se entra in camera, il quadro che aveva in corridoio da quarant’anni. Una camera che somiglia alla propria è metà dell’ambientamento. Il televisore personale si può portare, basta che sia a norma e di misura adatta alla stanza.
Chiediamo alla famiglia di restare un po', di pranzare insieme il primo giorno, ma anche di andare via a un certo punto, senza scene lunghe sulla porta. Il momento del saluto è difficile per tutti, e allungarlo non lo rende più facile.
Le prime settimane: cosa è normale
Nei primi giorni quasi tutti gli anziani chiedono di tornare a casa. È normale, e non significa che la scelta è sbagliata: significa che la persona ha perso i suoi riferimenti e ne sta costruendo di nuovi. Qualcuno mangia poco, qualcuno dorme male. Gli operatori lo sanno e nei primi giorni riservano al nuovo arrivato qualche attenzione in più: portano il caffè in camera, si siedono un momento, raccontano chi c’è di là. Con misura, però, perché gli altri ospiti vedono ormai l’operatore come uno di famiglia, e anche a ottant’anni la gelosia esiste.
Di solito il cambiamento arriva da un dettaglio: una vicina di tavola con cui si scopre di avere un’amica in comune, il posto in terrazza da cui si vede il mare al tramonto, un operatore con cui si scherza. Da lì la giornata comincia ad avere una forma. Ci vuole tempo, e il tempo non è uguale per tutti: settimane per alcuni, di più per altri. In una casa con dodici persone il tempo c’è.
Nelle prime settimane siamo noi a chiamare spesso la famiglia. Non conosciamo ancora l’anziano come lo conoscono i figli, e davanti a un piatto rifiutato o a una notte agitata la domanda giusta è quasi sempre «a casa come faceva?». Il consiglio di chi lo conosce da sempre vale più di qualsiasi esperienza.
Il senso di colpa dei figli
Vale la pena dirlo chiaramente: quasi tutti i figli, il giorno dell’ingresso, si sentono in colpa. Chi si era detto anni prima «non ti metterò mai in una casa di riposo» e ora è lì. Chi pensa che avrebbe potuto fare di più e organizzarsi meglio.
Quel senso di colpa è normale, ma non è una buona guida. Porta a fare cose che non aiutano: raccontare all’anziano che è «in vacanza» o «in convalescenza», promettere un ritorno a casa che non ci sarà, sparire per giorni perché vederlo lì fa male, oppure al contrario restare in struttura tutto il giorno impedendogli di costruire una vita sua.
La verità, detta con dolcezza, regge meglio di qualsiasi storia. «Qui ci sono persone che ti aiutano di notte, cosa che io non posso fare» è una frase che un anziano capisce, anche se non gli piace. E una scelta fatta perché a casa non era più sicuro non è un abbandono: è l’ultima forma di cura che restava.
Cosa può fare la struttura, e cosa no
Una comunità piccola ha un vantaggio nell’inserimento che una struttura grande non ha: dodici persone si conoscono in tre giorni, e gli operatori sono sempre gli stessi. Non c’è un reparto, non c’è un turno di sconosciuti ogni otto ore. L’anziano impara presto i nomi, e chi lo assiste impara presto le sue abitudini.
Quello che nessuna struttura può fare è sostituire la famiglia. L’ambientamento riesce quando l’anziano capisce che la sua vita di prima non è finita: i figli continuano a venire, i nipoti passano la domenica, l’amica di sempre telefona. Noi mettiamo la casa, la compagnia e l’assistenza; il resto, il filo con la vita di prima, lo tiene la famiglia.
Se non funziona
Capita, di rado, che dopo settimane una persona non si ambienti, o che le sue condizioni si rivelino diverse da quelle viste al colloquio. In quel caso lo diciamo, e cerchiamo insieme alla famiglia la soluzione giusta, senza fretta. Non è un fallimento di nessuno: è il motivo per cui il primo colloquio serve a conoscersi, non a firmare.