La retta di una struttura è quasi sempre la seconda domanda che una famiglia si fa, subito dopo «è il posto giusto?». E spesso la si affronta come se fosse tutta e solo a carico dei figli. Non è così: esistono alcuni aiuti, pochi ma concreti, che nel corso di un anno fanno una differenza sensibile. Ne parliamo qui in modo semplice, con le cifre di quest’anno; per i dettagli del vostro caso conviene sempre passare da un patronato o da un CAF, che fanno queste pratiche ogni giorno e gratuitamente.
L’indennità di accompagnamento
È l’aiuto più importante, e quello che molte famiglie non chiedono perché pensano di non averne diritto. La paga l’INPS a chi è stato riconosciuto invalido al cento per cento e non è in grado di camminare senza l’aiuto di qualcuno oppure di compiere da solo gli atti quotidiani della vita: lavarsi, vestirsi, mangiare, muoversi in casa.
Nel 2026 vale 552,57 euro al mese, per dodici mesi. Non dipende dal reddito né dall’età, e non dipende dal fatto che l’anziano viva a casa o in una struttura: chi paga di tasca propria la retta di una casa di riposo privata continua a riceverla. Si perde solo durante un ricovero gratuito a carico dello Stato, per esempio un lungo ricovero in ospedale.
La domanda parte dal medico di base, che compila il certificato introduttivo; poi si presenta all’INPS, quasi sempre tramite un patronato, e si attende la visita della commissione medica. I tempi non sono brevi, ma l’indennità, se riconosciuta, decorre dal mese successivo alla domanda: per questo conviene muoversi presto, anche prima di scegliere la struttura.
Le detrazioni fiscali sulla retta
La retta di una struttura assistenziale come la nostra non è tutta detraibile, ma una parte sì. Il fisco riconosce una detrazione del 19 per cento sulle spese per l’assistenza a persone non autosufficienti, cioè persone che, secondo un certificato medico, non sono in grado di svolgere da sole gli atti della vita quotidiana o hanno bisogno di sorveglianza continua. La detrazione si calcola su un massimo di 2.100 euro l’anno, quindi vale al massimo 399 euro di tasse in meno, e spetta a chi ha un reddito complessivo fino a 40.000 euro.
Due cose vanno sapute. La prima: la detrazione spetta a chi paga, anche se è un figlio e anche se il genitore non è fiscalmente a suo carico; il tetto di 2.100 euro è per contribuente, quindi se la retta è divisa tra due fratelli ciascuno la fa valere per la propria parte. La seconda: perché la spesa sia detraibile, la struttura deve indicare in fattura, separatamente, la quota della retta che corrisponde all’assistenza alla persona, e il pagamento deve essere tracciabile, con bonifico o carta, mai in contanti.
Quando la persona ha anche il riconoscimento della legge 104, si apre una seconda possibilità: la parte della retta relativa alle prestazioni sanitarie e di assistenza specifica, sempre se certificata a parte dalla struttura, si detrae al 19 per cento senza il tetto dei 2.100 euro. In una struttura come la nostra, dove non ci sono medici e infermieri, questa parte è più piccola che in una RSA, ma vale la pena chiederla.
In sintesi: conservate le fatture, pagate in modo tracciabile, fatevi rilasciare il certificato medico di non autosufficienza e chiedete alla struttura di indicare la quota di assistenza. Il resto lo fa il CAF con il 730.
Il contributo del Comune
Quando la pensione e l’accompagnamento non bastano, l’anziano può chiedere al proprio Comune di residenza un’integrazione della retta. Si passa dai servizi sociali, con l’ISEE, e le regole cambiano da Comune a Comune. È un percorso che abbiamo raccontato in un articolo dedicato, Casa di riposo convenzionata: cosa significa davvero, e non lo ripetiamo qui.
Gli aiuti che valgono solo a casa
Ci sono infine misure pensate per chi resta nella propria abitazione, e che quindi non si sommano alla retta di una struttura. La più discussa è la cosiddetta prestazione universale, o bonus anziani: fino a 850 euro al mese in più dell’accompagnamento per chi ha almeno ottant’anni, un ISEE molto basso e un bisogno assistenziale gravissimo, da spendere per badanti o servizi a domicilio. È una sperimentazione che dura fino alla fine del 2026 e riguarda una platea piccola. Ne parliamo perché molte famiglie ne hanno sentito parlare e si chiedono se rinunciare alla struttura per ottenerla: il nostro consiglio è di fare i conti con un patronato prima di decidere, tenendo presente che quella somma copre una badante per poche ore al giorno, non l’assistenza giorno e notte.
Come ci comportiamo noi
Al primo colloquio, insieme alla retta, spieghiamo alle famiglie quali di questi aiuti possono richiedere e in che ordine. Emettiamo fattura per ogni pagamento, con la quota di assistenza indicata, e a chi non ha ancora fatto la domanda di accompagnamento consigliamo di partire subito, dal medico di base. Non è il nostro mestiere fare pratiche, ma sappiamo quali contano, e a chi rivolgersi.